domingo 8 de noviembre de 2009

publicada en la opinion (8-11-09)

A Zulema Cavalotti, maestraImprimirE-mail

Por: Daniel Balditarra. Especial para La Opinión

08-11-2009 - Señorita Zule, perdone usted si todavía la llamo así. El afecto cuando es sincero hace crecer el respeto y esto es lo que siento al escribirle esta carta. Por las páginas del diario leo que le darán un reconocimiento a la Promoción de la cultura por tantos años pasados en la querida y siempre recordada escuela 7, por el libro Huellas, su dedicación en el Museo del Agro.
Yo era muy pequeño entonces cuando usted tomó en sus manos una composición mía y la leyó pausadamente delante a todos. Después dijo que le había gustado, que quien hoy le escribe tenía sensibilidad y talento y fueron sus palabras quizás el primer estímulo para narrar, para buscar tantas veces en los libros el sentido de nuestra vida, ¿quién soy ? ¿adónde voy? ¿qué debo hacer?.
La recuerdo explicando la novena sinfonía, mientras nos hablaba de la sordera de Beethoven y desde un tocadiscos, que hoy haría reír a tantos, nos hizo escuchar la parte comercial del himno. Cantaba Miguel Ríos: «Escucha hermano la canción de la alegría, el canto alegre del que espera el nuevo día”. La conservo todavía en los oídos señorita, y cuando en el teatro la Scala, aquí en Milán, la interpretan las grandes voces de la lírica, yo vuelvo allá, hacia aquella aula lejana y veo todavía el sol de abril y las flores blancas que tímidamente se asoman por la ventana como pretendiendo jugar con aquella melodía.
Los recuerdos son extraños, unos se quedan otros se olvidan. Los momentos son todos irrepetibles pero sólo algunos se fijan para siempre. Son instantes simples donde no hay hechos extraordinarios, sólo flash, algunas palabras, la música que con magia materializa un rostro desde un rincón del pasado. Volvemos entonces a ser niños, recuperamos la inocencia de aquel tiempo perdido donde la amistad era compartir un recreo, masticar un caramelo o esconder un tesoro.
Tantas veces conversamos sobre la historia del pueblo, los italianos de San Giuliano Vecchio, los gringos de Lobbi que vinieron a estas tierras y se mezclaron con paisajes tan lejanos donde dejaron sus huesos. Usted fotografíó los ranchos de adobe donde vivieron, rescató las bombas de agua salada que aliviaron los calores de innumerables eneros.
Usted anduvo desenterrando fierros, conservando objetos que se quedaban solos con la muerte de sus dueños. Porque usted había entendido que no existe el presente sin el pasado, que es necesaria la memoria para pensar el mañana. También en esto fue maestra, señorita Zule, intentando formar la conciencia, luchando con el tiempo que sin las raíces nos condena al olvido.
Gracias por aquellas horas de desenvolvimiento donde describió la vida de los próceres, gracias por su guardapolvo blanco siempre impecable, por su dignidad de maestra rural. Gracias por estar siempre de pie inquieta por enseñar y buscar la razón de los hechos.
Sé que también pegará este recorte en el cuaderno del museo, comprendo que al leer esta nota pensará que estoy exagerando. Quiero que sepa que aquí, en mi estudio, junto a tantos libros conservo una fotografía en la cual se puede ver a mi madre y a mi tía Berta, detrás está la laguna, en el mismo lugar donde una vez existió la Loma Alta, un crepúsculo rojizo en la línea del horizonte y ese nostálgico color que deja la muerte en las fotos de los que se marcharon. Detrás de la cámara fotográfica está siempre usted, como queriendo salvar para siempre aquel afecto que me liga a estos seres, pero sobre todo en su misión de ser puente y de conservar la tradición en este constante movimiento al cual nos obliga el devenir.
Por esto, por tratar de detener el instante y devolver el no ser al ser, usted querida señorita Zule no envejece y permanece siempre joven como las cosas que no se ven pero son esenciales.

jueves 5 de noviembre de 2009

Cristo di nuovo fermato


La sentenza della Corte di Strasburgo
Il crocifisso, i giudicie Natalia Ginzburg
di Giuseppe Fiorentino e Francesco M. Valiante
Tra tutti i simboli quotidianamente percepiti dai giovani, la sentenza emessa ieri dalla Corte di Strasburgo - che proibisce l'esposizione del crocifisso dalle aule scolastiche italiane perché sarebbe contraria al diritto dei genitori di educare i figli in linea con le loro convinzioni e al diritto dei bambini alla libertà di religione - ha colpito quello che più rappresenta una grande tradizione, non solo religiosa, del Continente europeo. "Il crocifisso non genera nessuna discriminazione. Tace. È l'immagine della rivoluzione cristiana che ha sparso per il mondo l'idea dell'eguaglianza tra gli uomini fino allora assente". A scrivere queste parole, il 22 marzo 1988, era Natalia Ginzburg sulle pagine de "l'Unità", il quotidiano fondato da Antonio Gramsci, allora organo del Partito comunista italiano. Le parole della scrittrice, a oltre vent'anni di distanza, esprimono un sentimento ancora ampiamente condiviso in Italia. Ne sono dimostrazione le tante reazioni seguite al pronunciamento della Corte europea. Mentre il Governo italiano ha annunciato di aver presentato ricorso contro la sentenza, il mondo politico ha evidenziato quasi unanimemente la mancanza di buon senso insita nel provvedimento, ribadendo come la laicità delle istituzioni sia un valore ben diverso dalla negazione del ruolo del cristianesimo. "Stupore e rammarico" sono stati espressi in particolare dal direttore della Sala Stampa della Santa Sede, il gesuita Federico Lombardi, in una severa dichiarazione trasmessa dalla Radio Vaticana e dal Tg1. "È grave - ha affermato - voler emarginare dal mondo educativo un segno fondamentale dell'importanza dei valori religiosi nella storia e nella cultura italiana". E ha continuato: "Stupisce poi che una Corte europea intervenga pesantemente in una materia molto profondamente legata all'identità storica, culturale e spirituale del popolo italiano. Non è per questa via che si viene attratti ad amare e condividere di più l'idea europea, che come cattolici italiani abbiamo fortemente sostenuto fin dalle sue origini". Di "visione parziale e ideologica" ha parlato la Conferenza episcopale italiana, sottolineando che nella decisione della Corte "risulta ignorato o trascurato il molteplice significato del crocifisso, che non è solo simbolo religioso ma anche segno culturale". Va ricordato che in Italia il Consiglio di Stato nel 2006 aveva già ritenuto legittime le norme che prevedono l'esposizione del crocifisso nelle scuole, affermando che questo non assume valore discriminatorio per i non credenti perché rappresenta "valori civilmente rilevanti e, segnatamente, quei valori che soggiacciono e ispirano il nostro ordine costituzionale". In effetti la sentenza della Corte di Strasburgo, con l'intento di voler tutelare i diritti dell'uomo, finisce per mettere in discussione le radici sulle quali quegli stessi diritti si fondano, disconoscendo l'importanza del ruolo della religione - e in particolare del cristianesimo - nella costruzione dell'identità europea e nell'affermazione della centralità dell'uomo nella società. Sotto altro profilo, la decisione dei giudici di Strasburgo sembra ispirata a un'idea di laicità dello Stato che porta a emarginare il contributo della religione alla vita pubblica. Si potrebbe così prefigurare un futuro non tanto lontano fatto di ambienti pubblici privi di qualunque riferimento religioso e culturale nel timore di offendere l'altrui sensibilità. In realtà, non è nella negazione, bensì nell'accoglienza e nel rispetto delle diverse identità che si difende l'idea di laicità dello Stato e si favorisce l'integrazione tra le varie culture. "Il crocifisso rappresenta tutti" - spiegava Natalia Ginzburg - perché "prima di Cristo nessuno aveva mai detto che gli uomini sono uguali e fratelli tutti, ricchi e poveri, credenti e non credenti, ebrei e non ebrei e neri e bianchi". (osservatore Romano)

Il rifiuto di affrontare le radici della cultura occidentale
di Lucetta Scaraffia
Lévi-Strauss è stato uno dei grandi intellettuali del Novecento, uno di quelli che hanno fondato la cultura in cui viviamo. La sua opera più celebre, ma meno scientifica, Tristi tropici, fin dalla sua comparsa fa parte del canone delle opere indispensabili nel curriculum di una persona colta. Si tratta infatti di un'opera che ha cambiato il modo di pensare e di sentire il rapporto con le culture diverse dalla nostra, quelle che abbiamo chiamato - prima di Lévi-Strauss - primitive, e che lui preferisce chiamare selvagge nel senso di non toccate dalla civiltà occidentale. Grazie a questo libro, infatti, il mondo occidentale non è più la norma assoluta, ma solo una maniera fra le altre di percepire il mondo o di entrare in contatto con esso. Molto più che con il metodo di ricerca che ha inventato - lo strutturalismo - egli ha influenzato la cultura contemporanea con la sua figura, il suo modello, le infinite interviste che ha rilasciato e attraverso le quali ha imposto un nuovo ruolo per l'antropologo: grazie al suo "sguardo da lontano", l'antropologo diventa uno dei più significativi interpreti e critici della civiltà a cui appartiene. Lévi-Strauss ha fatto ancora di più: ha cambiato la definizione di essere umano, ha proposto una giustificazione scientifica per il relativismo, ha inventato l'ecologia. Con la sua vita avventurosa - gli anni passati in Brasile e nella ricerca sul campo si aggiungono a quelli dell'esilio newyorkese durante la guerra, decisivi per la creazione di legami intellettuali con il mondo statunitense e con gli altri intellettuali esuli, dal surrealista André Breton al linguista Roman Jakobson - ma anche con la pioggia di riconoscimenti arrivati da tutte le università del mondo, con la sua straordinaria capacità di concentrazione e di lavoro, la sua passione per l'arte contemporanea e per la musica - ha scritto presentazioni delle opere di Wagner, di cui ammirava il coraggio nell'affrontare temi mitologici - Claude Lévi-Strauss costituisce il modello più completo di intellettuale del Novecento. La sua modernità è evidente soprattutto nella ricerca di un metodo scientifico per le scienze umane, che permetta finalmente anche a queste di raggiungere risultati certi, risultati confermabili con strumenti logico-matematici: per lui il mondo è come un testo, tutto sta nell'imparare a leggerlo e a comprenderlo correttamente. L'etnologo non può accontentarsi di descrivere le società che studia, e di interpretarne gli elementi manifesti, ma deve cercare dei simboli - come i legami di parentela o i miti - e comprendere in virtù di quali regole inconsce essi si combinino. Il mito viene considerato dall'antropologo un oggetto autonomo, mosso da una logica propria. Per scoprire questa logica rimane legato alla linguistica, l'unica fra le scienze dell'uomo che può rivendicare lo statuto di scienza esatta, e che gli permette di elaborare il suo metodo, l'analisi strutturale. Questa aspirazione alla certezza scientifica lo ha portato, negli ultimi anni, a dire che la chiave del funzionamento dello spirito umano - quella che cercava di scoprire nell'analisi strutturale dei simboli culturali - oggi l'hanno i neurologi, perché è nel cervello dell'uomo. Questo flirt con le neuroscienze può sembrare contraddittorio in un uomo che ha sempre sostenuto che tutto era cultura, ma corrisponde senza dubbio al suo materialismo di base e alla sua fiducia nell'evidenza scientifica. E del resto non è in contraddizione con la sua concezione di essere umano, lontanissima dall'idea dell'uomo come immagine di Dio, e con il suo rifiuto di ogni umanesimo. Il mondo esisteva prima di noi, egli scrive, ed esisterà anche dopo di noi: "Arrogandosi il diritto di separare radicalmente l'umanità dall'animalità, accordando all'una tutto quello che si toglieva all'altra, (l'uomo occidentale) apre un ciclo maledetto". La sua posizione a favore della natura e dell'ambiente contro ogni intervento umano ne fa un ecologo ante litteram - "l'uomo sta distruggendo il suo ambiente e finirà per distruggere se stesso" scrive - anzi, l'inventore stesso del termine: nella conferenza che tiene nel 1976 negli Stati Uniti, al Barnard College ("Strutturalismo ed ecologia") il titolo segna la prima apparizione ufficiale della parola. Ripensando ai grandi miti prodotti dall'immaginazione umana, egli vi ritrova tracce della rottura culturale dell'uomo con il mondo naturale e del profondo disagio che tale rottura ha lasciato nella nostra anima. La sua è quindi modernità assoluta rafforzata da un irriducibile ateismo. Per Lévi-Strauss l'unica religione è la scienza, intesa soprattutto come spiegazione scientifica del reale, che sta fino alla fine al cuore del suo lavoro, mentre si rifiuta di estendere la sua ricerca al senso delle cose: "La questione del senso non è niente di più che un artefatto umano". Infatti, Lévi-Strauss si è sempre tenuto lontano dalle domande di senso per eccellenza, quelle sulla vita e la morte, e sul rapporto degli esseri umani con Dio. Nelle migliaia di interviste che ha concesso negli ultimi decenni, spesso gli è stato chiesto quale fosse il suo rapporto con Dio: egli ha sempre cercato di far comprendere al suo interlocutore che la fede religiosa o l'esistenza di Dio erano per lui questioni prive di senso, che non si è mai posto e che mai si sarebbe posto: "L'arte, la conoscenza, l'amore della natura tengono un posto considerevole nella mia vita", il mondo gli basta. La religione per lui è solo un punto di fuga dalla realtà del mondo, dalla possibilità di conoscerlo scientificamente. La sua ricerca di conoscenza si muove sempre dentro a un perimetro di rigore che vorrebbe riprendere dalle scienze esatte per acquistare maggiore certezza. Dopo gli anni Settanta del Novecento, tutti i ricercatori in scienze umane si sono confrontati con Lévi-Strauss, con il suo metodo. Lui invece non si è confrontato con nessuno: ha dato sempre le stesse risposte ai suoi critici, in sostanza sostenendo che le domande, in fondo modeste, che lui poneva al materiale di ricerca, erano le uniche legittime, cioè le uniche a garantire scientificità al processo di ricerca. Chi ne poneva delle altre cadeva in un terreno minato, non credibile, non scientifico, e andava emarginato dalla comunità scientifica. L'influenza di questo approccio sull'antropologia, si sa, è stata immensa, ma forse ancora di più è stata quella più obliquamente esercitata nelle altre discipline legate allo studio dell'uomo, per esempio la storia. Ovviamente, le critiche più forti sono avvenute proprio a proposito della modestia delle sue domande, della rinuncia alla ricerca di un senso profondo. Pierre Burdieu, nel suo Le sens pratique, sostiene come in questo modo gli sfugga "lo spessore della realtà". Se Sartre si limita a rimproverargli il poco posto lasciato al soggetto, più radicale è Emmanuel Lévinas, che pure avrebbe tanto in comune con lui - hanno la stessa età, provengono dallo stesso ambiente, e vivono per decenni a pochi isolati di distanza senza conoscersi mai - che denuncia il suo pensiero anonimo, Lévinas in sostanza sintetizza la sua critica con questa frase severa: "L'ateismo moderno non è la negazione di Dio, ma è l'indifferenza assoluta di Tristi tropici. Io penso che è il libro più ateo che sia stato scritto ai nostri giorni, il libro più disorientato e disorientante". Anche se il ventaglio dei suoi interessi è stato molto ampio, dalle americhe all'estremo oriente - per anni ha coltivato un forte interesse per la cultura giapponese - dalle scienze umane all'arte, Lévi-Strauss non si è mai interessato alla tradizione giudaico-cristiana, limitandosi a qualche giudizio velenoso sulla nefasta influenza dei missionari sulle culture primitive (cosa che non gli ha impedito, però, di utilizzare spesso materiale etnografico raccolto proprio dai missionari). Se fosse stato costretto a interessarsi a una religione, aveva detto, l'unica possibile sarebbe stata il buddismo. In questo rifiuto ad affrontare le radici della cultura occidentale, cioè della sua cultura, sta in sostanza la profonda differenza che lo divide all'altro grande antropologo francese, Renée Girard. Girard si domanda il senso profondo di ogni testo, di ogni tradizione, e soprattutto affronta il nodo centrale della differenza fra la tradizione giudaico-cristiana e le altre religioni, arrivando a comprendere, così, il ruolo risolutivo e innovativo della figura di Gesù. Un'aperta scelta cristiana che lo mette in netta contraddizione con l'atteggiamento relativista tenuto da Lévi-Strauss nei confronti delle religioni primitive. Lévi-Strauss non ha mai risposto alle pungenti critiche di Girard, probabilmente perché non considerava scientifici i suoi libri, ma solo letteratura. Per un curioso contrappasso della storia, dopo che negli ultimi anni è passato di moda il suo metodo di ricerca, lo strutturalismo, di Lévi-Strauss è rimasta soprattutto la sua straordinaria abilità di scrittore che è stata confermata, l'anno scorso, dalla pubblicazione di tutte le sue opere nella Pléiade. Forse un po' poco per un intellettuale che voleva far diventare scientifiche le scienze umane.
(osservatore Romano)

martes 3 de noviembre de 2009

Desiderata (manuscrito encontrado en un Iglesia de Baltimora 1600)

Camina plácido entre el ruido y la prisa y recuerdaqué paz se puede encontrar en el silencio.En cuanto sea posible y sin rendirte, mantén buenas relaciones con todas las personas.Enuncia tu verdad de una manera serena y clara y escucha a los demás, incluso al torpe e ignorante, también ellos tienen su propia historia. Esquiva a las personas ruidosas y agresivas, ya que son un fastidio para el espíritu.

Si te comparas con los demás, te volverás vano y amargado,pues siempre habrá personasmás grandes y más pequeñas que tú. Disfruta de tus éxitos lo mismo que de tus planes.Mantén el interés en tu propia carrerapor humilde que sea,ella es un verdadero tesoro en el fortuito cambiar de los tiempos.

Sé cauto en tus negocios pues el mundo está lleno de engaños, mas no dejes que esto te vuelva ciego para la virtud que existe.Hay muchas personas que se esfuerzan por alcanzar nobles ideales. La vida está llena de heroísmo. Sé sincero contigo mismo, en especial no finjas el afecto.Y no seas cínico en el amor,pues en medio de todas las arideces y desengaños, es perenne como la hierba.


Acata dócilmente el consejo de los años abandonando con donaire las cosas de la juventud.Cultiva la firmeza del espíritu,para que te proteja en las adversidades repentinas. Muchos temores nacen de la fatiga y la soledad. Sobre una sana disciplina, sé benigno contigo mismo.

Tú eres una criatura del universo. No menos que las plantas y las estrellas, tienes derecho a existir. Y sea que te resulte claro o no, indudablemente el universo marcha como debiera. Por eso debes estar en paz con Dios cualquiera que sea tu idea de El. Y sean cualesquiera tus trabajos y aspiraciones, conserva la paz con tu alma en la bulliciosa confusión de la vida. Aún con toda su falsía, sus dolores y sueños fallidos, el mundo es todavía hermoso.Sé cauto, ¡esfuérzate por ser feliz!

Sobre Camilo Jose Cela

"Estaba el escritor dando cabezadas en plena sesión parlamentaria cuando un conocido sacerdote le importunó con la pregunta: «¿Está usted dormido?». A lo que el Nobel le respondió: «Monseñor, no estoy dormido, estoy durmiendo». El cura le replicó: «¿Es lo mismo, ¿no?». «No, monseñor, son cosas distintas», instruyó al religioso don Camilo: «No es lo mismo estar dormido que estar durmiendo, de la misma manera que no es lo mismo estar jodido que estar jodiendo»."

Sobre Magui Delfino

( especial para la Opinión de Trenque Lauquen)



Esta semana escribí a Magui Delfino. Los artistas hablan con sus obras sin necesidad de tantas palabras. Hay mucho de Trenque Lauquen en Magui en los colores y en las formas que usa para sus trabajos. Dicen que los nacidos en la pampa húmeda ven el fondo de las cosas, quizás porque sin saberlo se alejan buscando la línea del horizonte y el inmediato queda invisible delante al futuro. El hombre de la llanura ve siempre el final antes que se realice encerrando en ese espacio hecho de kilómetros y de tiempo las horas y los minutos, los días y los años de toda una vida. Me gusta la libertad de las expresiones de Magui Delfino, permanezco en silencio delante a sus cuadros que comunican códigos y vivencias que solamente un espectador atento y sensible puede interpretar. La combinación de colores,la magia de las formas que se deforman nos invitan a pensar concretando aquel intento originario del arte de ver el mundo con movimiento a pesar de la aparente quietud de la pintura. Se puede mirar un objeto desde diferentes ángulos utilizando figuras geométricas,triángulos,rombos y cuadrados rompiendo con la estética clásica creando una relación nueva entre el espectador y la obra de arte. Se sorprendió Magui cuando le escribí.Francia que vio en la ruptura de "las señoritas de Avignon" de Pablo Picasso un modo distinto de comunicar el arte y superar las viejas formas del renacimiento.París que contemplo las naturalezas muertas de Georges Braque y que reconoció el genio de Juan Gris en el ritmo armonioso de sus cuadros también se dejara encantar por el arte creativo de esta chica del oeste de Buenos Aires. Por ejemplo su pintura "nuevo camino" me habla. Hay un hombre y una mujer que descienden por un sendero, detrás un cielo rojizo con un paisaje blanco donde se delinean presencias que encierran hechos y cosas que se mueven.Lineas que cambian escondiendo la vida y la muerte junto a la inconsistencia de un devenir donde todo pasa y se pierde como en una niebla que confunde la realidad con fantasmas de árboles y de sombras que se cruzan a través del camino.Los dos seres no tienen edad, se mudan ,se convierten al interno de la existencia buscando un destino que supera el presente y se disuelve en el infinito.
Magui Delfino nos pone delante objetos a partir de los cuales podemos crear pensamientos y ideas combinando elementos austeros como maderas, hierros que encienden colores que elevan la intensidad de una luz escarza y apagada en una sociedad que se rindió a los cambios y acepta pasivamente las recetas de una minoría en decadencia.En el viejo cubismo el espectador tiene necesidad de mover los ojos para recomponer la figura descubriendo que cuanto aparentemente es estático en realidad se mueve, en este dinamismo los cuadros de esta original artista trenquelauquence nos sorprenden, hay algo creativo en ellos que estoy más que seguro tocará los cánones de la estética .La belleza no es fija,se traslada simplemente porque es como la vida, esta viva .

3 de Noviembre 2009 - murio Francisco Ayala

Narrador y crítico español. Nació en Granada en 1906. Se graduó en Derecho en la Universidad de Madrid en 1929, de la que fue catedrático en 1933. Debió exiliarse durante la Guerra .Se instaló en Argentina finalizada la guerra civil. En 1950 trabajó en la Universidad de Puerto Rico y en 1958 en universidades norteamericanas. Sus primeras obras publicadas fueron Tragicomedia de un hombre sin espíritu (1925), Historia de un amanecer (1926), El boxeador y un ángel (1929) y Cazador en el alba (1930). Entre sus libros de narraciones breves se destacan El hechizado (1944); La cabeza del cordero, donde inserta el tema del exilio en el marco de exilios más remotos, como el de los moriscos, y Los usurpadores, ambas de 1949; Historia de macacos (1955), de carácter humorístico; De raptos, violaciones y otras inconveniencias (1966), que incluye "El rapto", basado en el capítulo LI de la primera parte del Quijote; El jardín de las delicias (1971). Entre sus novelas figuran Muertes de perro (1958) y El fondo del vaso (1962). Los rasgos fundamentales de su obra son el intelectualismo, la ironía, la deshumanización.

viernes 9 de octubre de 2009

Trenes , crotos y catangos

Pasando Bragado el tren entraba en aquel mar de tierra a trazos cubierta de gramilla que alternaba el verde en sus diversos matices. Por la ventanilla abierta entraba el olor de los campos y el ojo humano parecía volver hacia atrás desde el infinito hasta el inmediato posándose de tanto en tanto sobre separados montecitos.

Estaciones aisladas como Olascoaga,Dennehi, French con andenes donde la quietud parecía romperse con el arribo de la locomotora. Eran viajes que iniciaban en las madrugadas entre el tiqui tac del telégrafo y el sacar boletos de cartón duro sobre los que un guarda vestido de gris hacia tantos agujeritos.

Pasadas las cinco de la tarde el paisaje cambiaba, todo se revestía de un color naranja suave, los eucaliptos libraban su perfume purificando aun más el aire ya limpio del día que declinaba.Nidos de horneros sobre los palos de teléfono, lechuzas en los alambrados al costado del camino, terneros curiosos que miraban con atención los vagones que diseñaban una línea en el desierto. En carteles negros con letras blancas aparecían apellidos extranjeros como Jauregui,Gowland,Suipacha, aceras a lo largo de la vía que escondían adioses y esperanzas quebrando rutinas que dividían afectos por distancia y calendario.

No lejos entre los galpones siempre andaban “los catangos”;asi llamábamos a los trabajadores de menor rango que mantenían las vias.También de esta manera se nominaban los autos viejos y desvencijados,los carritos que de niños solíamos construir para jugar a las carreras .El vocablo "catango" además designaba a un escarabajo que hacia pequeñas perforaciones en el suelo. Quizás porque la tarea de aquellos hombres era dura ysacrificada se los asocio con aquel apodo que en aquel contexto sonaba burlon y despreciativo.

Los catangos remplazaban los clavos a golpes de maza, cambiaban los durmientes, controlaban los rieles, limpiaban las malezas, inspeccionaban los hilos de las líneas telegráficas principalmente los aisladores que solían ser blanco de nuestras hondas de chicos de campo. Se trasladaban de un lugar a otro en un remolque de carga con cuatro ruedas de fierro llamadas "Zorras" que viajaban presididas por un banderín rojo que advertía a los maquinistas su minúscula presencia.

Sucedió en Beruti hace ya muchos años en uno de aquellos calores del mediodía .Un linyera harapiento y cansado caminaba cerca de los rieles cuando los obreros se disponían a almorzar.Mirenlo: lo ven ,lo invitan, él viene. El resto es simple: un árbol, algunos churrascos, el vino. Comieron, cantaron ,rieron se contaron anécdotas, y como era normal se emborracharon. Después con esa generosidad característica de los pobres lo acercaron a la estación donde le pagaron un boleto de segunda y lo subieron al vagón. El vagabundo medio confundido por tanta generosidad gratuita abrió la ventanilla y con gesto cordial quiso agradecer con unas pocas y sentidas palabras:

"Compañeros del pico y de la pala" - dijo - entre aplausos y vivas - "hombres que día tras día luchan por unir a los pueblos superando la marginación y la soledad" - en tantos rostros había emoción en otros alguna lágrima muchas manos se alzaron en señal de despedida - en tanto el tren lentamente iniciaba a desplazarse - "luchadores, forjadores de los rieles que con el sudor y el sacrificio crean puentes entre las comunidades pioneras de nuestras pampas" - la locomotora acelero y el mendigo tal vez por su limitada cultura o por un extraño resentimiento que surgía de su larga marginación concluyo con ímpetu y fuerza - "Catangos y la puta madre que los parió"

Usaron el telégrafo para avisar a Trenque Lauquen . Allí lo esperaba otro grupo de obreros dispuesto a salvar el honor de aquellas madres ofendidas por la ingratitud de aquel insólito croto.

Daniel Osvaldo Balditarra

Recuerdos de Beruti